Home > Storia > Don Pietro Allori

Don Pietro Allori

IL SILENZIO DELL'ASCOLTO

a cura di Angelo Rosso


ritratto "Don Allori Bambino" a cura di Luciano Zoppo


Luciano Zoppo


La Parrocchia di Gonnesa dedicata a S. Andrea Apostolo, è stata il luogo fecondo in cui don Pietro Allori ha iniziato la sua vita di fede vivendo pienamente il percorso cristiano sotto la guida dei Parroci don Antonio Cavassa, don Mario Melis, don Onorino Cocco.

I sacramenti del Battesimo, della Cresima e del Sacerdozio gli sono stati impartiti nell’aula, allora piuttosto dimessa, della Chiesa di Gonnesa, in un clima però di intenso fervore spirituale. L’austerità e la semplicità dello spazio cultuale avevano almeno il pregio di far risaltare la bellezza dei suoni dell’organo “Gaet. Cavalli”, che l’organaro di Lodi, dal 1901, aveva collocato nella cantoria posta in fondo alla Chiesa. Quei suoni affascinarono da subito il ragazzo Allori e gli fecero sorgere il desiderio di comporre la polifonia sacra per i culti di quella Chiesa: una musica adatta a rendere più bella e più solenne la preghiera dei fedeli.


Da qui la caratteristica principale dell’attività musicale di don Allori: non un comporre astrattamente, ma per qualcuno: per un’assemblea di fedeli o per un coro che potessero eseguirla.
L’intensa attività parrocchiale di Gonnesa gli permise di coltivare il gusto per l’amore fraterno ecclesiale che don Pietro ha cercato di celebrare con le sue “immagini” musicali. Una carità armoniosa, una polifonia ecclesiale. Il canto di più voci (polifonia) doveva divenire un unisono (una sola voce) in Cristo Gesù. Vedeva la Chiesa quale armonioso corpo di Cristo, ma anche come un armonico canto di lode.


Le profonde motivazioni personali, oltre a quelle liturgiche e musicali, hanno fatto sì che don Pietro scrivesse in modo vario e copioso. Nel suo comunicare con Dio ed il mondo attraverso la musica, non si lasciò mai tentare dal protagonismo o da un’ostentata individualità. Le prime composizioni fatte a Gonnesa rivelano, da subito, un don Allori conscio di dover musicare la parola divina; ecco perché più volte s' accinse ad interpretare i testi liturgici secondo quelli che erano i suoi mezzi espressivi, nel tentativo di penetrarli e di adeguarvisi ogni volta di più. La sua azione musicale doveva tradursi in atteggiamenti vitali per la parrocchia, da qui la destinazione delle sue composizioni per la vita parrocchiale sia liturgica che ricreativa.


Valgano alcuni esempi a illustrarci la concretezza del suo agire durante gli anni gonnesini.
La prima messa, “Exultemus Domino”, composta nel 1947, aveva come destinatarie le belle voci delle gio vani dell’Azione Cattolica femminile che la cantarono a lungo, accompagnate all’organo dallo stesso don Allori durante la Messa cantata (obbligatoria) delle ore 11 alla Domenica. Così dicasi anche per la messa “Lumen de lumine”, che volle destinare ad un coro misto a due sole voci: voci bianche (soprani e contralti) e voci virili (Tenori e bassi), perché venisse cantata durante la solenne messa della Pasqua del 1952 .
Ma sulle vicende umane e musicali di questi momenti seguiamo il racconto fattone da Angelo Rosso in una pubblicazione curata dal Coro dell’Università Cattolica per il restauro dell’organo di Gonnesa avvenuto nel 1990:

Mio zio aveva in mano una penna strana, anzi per me stranissima. Una penna senza il pennino e senza inchiostro che scriveva con grande facilità. Con quella penna (biro) che scriveva in azzurro, stava lavorando alla Messa a due voci “Lumen de lumine” da cantarsi a Pasqua. Più precisamente stava curando l’inizio del Gloria “et in terra pax hominibus” Come capita a tutti i ragazzetti di nove anni, anch’io desideravo raggiungere nella piazza della chiesa i chierichetti per giocare. Ma, quella sera, mi piaceva osservare ed ascoltare quel che stava progettando mio zio Pietro. Mi incuriosiva quella melodia dolce, allegra, ma non esuberante, prodotta da cinque semplici note: fa, do, mi, re, do, e mi incuriosiva ancor di più il gioco delle sue dita che erano elegantissime nel movimento dello stacco tra tasto e tasto. Gli chiesi, poiché era possibile lasciare per qualche istante il mantice prima che si dovesse ricominciare ad azionare la leva per risollevarlo, di farmi provare quel gioco delle dita che mi affascinavano enormemente. Egli, intuendo il mio sacrificio di forzato collaboratore, o forse per saggiare la mia indole musicale, mi insegnò quel giochino che cominciò a proiettarmi sempre più frequentemente verso la cantoria dove esisteva quella bellissima macchina che produceva quel suono e quella melodia che così tanto mi avevano colpito. Ho cantato da puero cantore quella Messa, in compagnia di diverse persone più adulte, che amo qui ricordare: la bella e limpida voce tenorile di Pino Meloni, quella profonda e possente di Francesco Lenzu, quella robusta e scura, da contralto, di Salvatore Mannoni, quella angelica e levigata di Angelo Marongiu insieme a quella più brillante ed estroversa di suo fratello Enrichetto. Quel giochino sonoro, intanto, mi allontanava progressivamente dai giochi comuni e mi attirava verso quella semplice cassa verde che con austerità domina ancora oggi, l'aula della Chiesa. Non mi pesava ormai il dover azionare la leva del mantice. Questo esercizio mi consentiva di ammirare la dedizione di mio zio nello studio della musica. Ricordo due libroni dalla copertina nera e la scritta in oro che recavano un titolo difficile: "II clavicembalo ben temperato" con sopra un nome: Johann Sebastian Bach. Mio zio li portava quasi sempre con sé, ma avevo notato che non li usava mai, proprio mai, prima o dopo le funzioni liturgiche. Molto più tardi avrei capito la presenza costante sul leggio dell'organo di Gonnesa di quei due volumi oggi custoditi presso l’Archivio di Gonnesa. È questo il libro che il grande Bach ha scritto per l'esercizio musicale dei suoi figli, è l'opera che raccoglie quarantotto preludi e fughe che Mendelssohn, tredicenne, suonava per Goethe, il libro di studio quotidiano di Mozart, Beethoven, Schubert, Chopin, il banco di prova ancora oggi per tutti gli aspiranti al diploma nei Conservatori. E attraverso quei volumi che la bella fantasia melodica di don Pietro ha potuto sviluppare una tecnica compositiva che lo avrebbe portato ad una feconda produzione musicale, oggi giustamente apprezzata. Un'altra memoria riaffiora: la particolare atmosfera che l'organo Ca¬valli creava in occasione della preparazione al Natale. Il momento della Novena, con i suoi canti in gregoriano accompagnati dall'organo, suscita¬va in me uno stato di euforia densa di suggestioni e di immagini legate al mondo semplice e genuino della tradizione sarda. Questa suggestione aumentava man mano che i giorni della novena si allungavano, come in un crescendo musicale, e trovava pieno appagamento allorché l'eco dei canti in gregoriano e del Tantum ergo pastorale cessava per lasciare spazio alle esecuzioni di pifferate e nenie che mio zio traeva da libri per me voluminosi o da fogli manoscritti.

La sua anima spirituale si alimentava costantemente con la preghiera e con l’arte dei suoni. Gli anni vissuti a Gonnesa (1925 – 1953) hanno fatto sì che don Allori divenisse un sacerdote “formato” o “colto”. Termini da interpretare nell’accezione in cui ce li ha proposti il liturgista Romano Guardini nel suo importante libro del 1923 “La formazione liturgica”. Formato o colto è colui che è plasmato nell’essere, nel pensare e nell’agire secondo un’immagine interiore della sua essenza” ed ha un ascolto profondo e eleva la sua vita attraverso la contemplazione interiore.

Angela Bottero, la maestra di Cagliari che seguì, presso la Scuola elementare di Gonnesa i primi studi di don Allori, andò a trovarlo presso la Curia vescovile di Iglesias nel Natale del 1963. Qualche giorno dopo inviò al suo “piccolo alunno” quanto segue:

Augurio
all’alunno sacerdote

Incontro
Natale 1963

Un bambino al primo banco
di una scuola
dove l’austerità vive
di gioiosa semplicità
fatta di canti, di trilli
e di lezioni.

Un bambino buono
fra i buoni,
attento composto
a volte un poco assorto
ridente timido e gentile.

Nel bambino d’allora
s’è fermato l’aprile …
ed io lo sento
nella giovinezza
freschissima e feconda
nella sottile brezza
che il tuo mondo
circonda,
a servizio di Dio.

Soavi note …
latenti nel tuo cuore
fin da allora!

Genuflesso il Sacerdote
nei disegni di Dio
nel più profondo afflato!

Auguri per il tuo apostolato
offerta e dedizione
gioconda e musicale,
auguri al tuo lavoro.

Gioioso ed esemplare,
in chiara attività.

Auguri di santa
prosperità.

Angela Bottero

Parrocchia di Sant'Andrea Apostolo